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Il mio eroe

  • Immagine del redattore: Arduino School
    Arduino School
  • 21 nov 2015
  • Tempo di lettura: 3 min

In ogni libro che ho letto mi è sempre piaciuto trovare un eroe. Qualcuno da imitare, qualcuno a cui può arrivare di tutto addosso. Certo, questo eroe cade, magari molte volte, ma riesce sempre a rialzarsi e a continuare a combattere. Riesce sempre a superare la prova.

La prova che ho preferito in assoluto è stata quella di Annabeth Case. Considerando la sua grande esperienza nel contesto “avventure”, credo che mi ispirerei a lei se dovessi affrontare un'impresa.

Quel che mi affascina di questo personaggio sono la sua determinazione e la sua intelligenza. Per esempio, lei è stata sia iperattiva sia dislessica, ma ha trovato lo stesso il modo per poter studiare. Ha tenuto testa a Percy, il suo difficile ragazzo.

Da questi punti di vista può sembrare una ragazza perfettamente normale. Ma non lo è. Come la maggior parte dei personaggi di Percy Jackson e gli dèi dell'Olimpo ed Eroi dell'Olimpo, anche lei è una semidea, figlia di Atena. Forse è per questo che l'ho scelta. Non per i suoi capelli biondi, per i suoi occhi grigi o per la sua storia, ma perché un grande potere comporta grandi responsabilità. E lei non se ne è mai lamentata, non ha mai deciso di farla finita.

Forse per capirla meglio si deve scavare nella sua storia. È nata dalla testa di Atena (sì, dalla testa!), ma è stata subito rifiutata dal suo padre mortale. All'età di soli sette anni è scappata di casa e ha incontrato Luke e Thalia. Un satiro li ha trovati e li ha portati nel Campo Mezzosangue, l'unico luogo sicuro per i semidèi. Lì Annabeth ha trascorso la maggior parte della sua vita, fino a quando non è arrivato Percy. Poi ha preso parte ad alcune imprese e si è spesso trovata in situazioni poco piacevoli. Molti amici l'hanno tradita, usata e ingannata, ma lei era sempre in prima fila a combattere.

Se io mi trovassi in un'impresa emozionante (o folle, dipende dai punti di vista), cercherei di prendere spunto dalla sua furbizia. In molti casi, infatti, non sono né i coltelli né le spade l'arma più potente. Ma è la parola, e questa, se usata con intelligenza, può avere effetti ancora più sorprendenti. Altre sue doti sono la conoscenza e la sete di sapere, che non sempre portano all'egoismo e all'avidità. Possono anche portare a vedere le cose con occhi diversi, a vedere il male dentro la foschia e a riconoscere i punti deboli dei mostri.

Annabeth mi ha insegnato a non arrendermi mai, ma a farmi da parte quando non è più il mio momento, come ha fatto lei, anche se comporta un sacrificio. Anche se comporta andare contro il proprio difetto fatale o contro i propri obiettivi. Mi ha anche insegnato che tutti possono essere degli eroi. Ma soprattutto da lei ho imparato a combattere per la mia causa e per la giusta causa. Il vero eroe non lotta perché odia chi c'è davanti a lui, ma perché ama ciò che c'è dietro di lui.

Mentre sconfiggeva Aracne, mentre sollevava il cielo, mentre affrontava le sue paure e i suoi amici, mentre veniva ripudiata dalla madre, mentre correva nel Tartaro o combatteva insieme a Percy, sempre sperava e andava avanti, con la testa alta. E alla fine è questo il punto. In un mondo di codardi (sì, di codardi e di egoisti si parla) c'è bisogno della calda scintilla del coraggio. Ed è esattamente ciò che Annabeth ha sempre alimentato. Ed è questo che io ammiro molto e cerco di imitare. Poi, naturalmente, le somiglianze finiscono qui, a parte la cocciutaggine.

Ogni suo atto è una piccola scintilla di coraggio e di intelligenza. Ci fossero più scintille in questo mondo! E, come recita un annuncio degli Intrepidi di Divergenti, “noi crediamo negli atti di coraggio. Quel coraggio che spinge una persona a ergersi in difesa di un'altra”.


G. III E

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